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L'osservatore
Un uomo onesto, un uomo probo... trallalalala trallalalero
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27.11.2005

L'uomo che non c'era (2001) di Joel & Ethan Cohen

Negli anni 50, America gestiva il proprio mediocre isterismo con lautomazione del sistema. I fratelli Cohen hanno ripreso questa grinza storica, lo hanno fatto annerendo il bianco sullo schermo questo Luomo che non cera, una parabola sui punti morti delle nostre vite. Ed Crane pensa per non parlare, preferisce così linteriorità al senso comune del conformismo. È un genio della normalità dentro un ex valle verde, un paesaggio privato dinnocenza, dove tutto funziona affinchè la paura serva. Perchè la paura è equilibrio, è tensione senza passione, è un Beethoven sordo e amato da chi comprende i moti della propria anima. Ed Crane è un musico illetterato, pieno darmonia. Prova quasi un senso di pace nella sua privazione al sogno. Ha fiducia, è convinto che lAmerica, quel pacifico labirinto, sia appagante anche quando sbaglia, anche quando frigge un piccolo barbiere con gli ingranaggi della sua autorità morale. È difficile capire se i fratelli Cohen abbiano viaggiato nel tempo o si siano limitati a scrutare gli antefatti dello spazio, di certo hanno compreso quale fosse il metro migliore per misurare quella terra di nessuno allalba del maccartismo, lo hanno fatto scegliendo il noir. Perché il noir è miele sulla narrazione, è una sorta di esame spirituale di cinema, è la lingua con cui il popolare appare poesia. Inoltre cè la Moonlight sonata con cui Beethoven diventa il linguaggio per capire lUomo che non cera. Anche perché senza di lui il film sarebbe una rappresentazione della vita mortalmente intesa, senza quella virgola che concede linfinito. Lintrospezione poi guida la sinfonia di memorabilia, segni di quel tempo malato di nervi. Cosi suonano i dischi volanti, i racconti sui musi gialli, le dicerie atomiche , le donne represse e ingessate dinfelicità, gli uomini in fuga dal consenso-nenia . Tutto in una consonanza di dissolvenze in nero, di piccoli episodi vissuti e venduti per cinque cent prima di morire. Il piccolo taglio filosofico delle memorie di Ed Crane santifica il disincanto delluomo comune, rendendolo obliquo rispetto al retto modo di essere americani nei 50. Perché linsignificante barbiere individuo della folla, parafrasando Poe, esce dalladdensamento di colore per fissarsi nel suo bianco e nero fatto di mestizia senza lacrime. Anche se per un momento il treno pare fischiare, per questo Bellucca americano, quando muto nella sua mansione, agita un briciolo di ribellione, incitando il criterio della sua vita a spiegargli quale senso si nasconda nello spuntare zazzere, se questultime inevitabilmente sono destinate a ricrescere, perfino a vincere la morte per un istante più dellanima. Ma per lappunto si tratta di un misero sussulto, dove salza il livello di guardia dellistinto, e poi tutto torna silenzioso. Quasi sconvolge questa irreprensibilità che sembra gestita da un essere alieno e che conduce Crane alla sedia elettrica; non vè una dimensione di gesto inconsueto nel suo modo dapprendere dispiacere. Linfedeltà, lomicidio, la condanna a morte paiono non toccargli le corde della vita. Ma forse è solo il piccolo individuo che soffre in silenzio, che rinuncia al sesso per bontà di principio, che sogna il menage familiare perduto e che accetta la morte nella speranza di ritrovarlo. Di fronte allaltrove ignoto si umanizza e scompare. Limpressione di aver assistito alla saga di un invisibile lha lo spettatore, improvvisamente incantato da queste memorie eteree che i fratelli Cohen hanno replicato in celluloide. E Billy Bob Torthon ha stilato in questo minuto barbiere. Perché Ed Crane siamo noi quando non ci ascoltiamo e andiamo fissi sui nostri pattini di fumo alla ricerca della soluzione. Che non è ciò che ci manca, ma ciò che siamo. E appena lo scordiamo, svaniamo smettendo desserci, anche perchè per gli altri forse non ci siamo mai stati.

by spyinthecab @ 03:39 [ ]
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15.09.2005

Un mondo perfetto (1993) di Clint Eastwood

Sul baratro di un innocenza perduta due singolari fuggiaschi, chi per colpa chi per obbligo, verso il futuro, verso la fiaba o semplicemente sincronizzati ad un mondo perfetto. Solo interiore però. Fuori infatti ci sono i rudi ranger, cè il sessismo in divisa, cè la cattiva FBI, cè il 1963, la fine di Kennedy, dellAmerica, cè il Texas e le sue contraddizioni. Qualcuno ha ravvisato minore il ruolo di Clint Eastwood in questo suo film-picture, in realtà il cameo endemico della leggenda esprime linconciliabilità del paese dei cowboy con i propri sogni infranti. Lo sceriffo Red Garnett ha lulcera e non dorme la notte, come suol dire lui, alla coadiutrice dindagini, la bella e intelligente psicologa abile a domare i tori del machismo nelle lande più virili dAmerica. Garnett dunque e il male di vivere, la sua colt e il suo credo, un mondo perfetto è ancora possibile con il metro della giustizia. Si per principio, non per lo sviluppo dei fatti della vita. Qualche fantasma si nasconde dietro quegli occhiali scuri e quel cappello da cowboy, dietro quella ruvida tenerezza texana, eh già tempo prima ci fu una bistecca offerta ad un giudice, il bottino di costume per far condannare un giovane sfortunato a 4 anni di carcere. Certo il ragazzo rubò una macchina, ma un tuffo nellinferno plasma nellingenuo la scultura della sofferenza indelebile. La galera, lanima graffiata, quindi le vasionedi notte in compagnia di un vero criminale, poi rettamente eliminato, il rapimento di un bambino quello che lui non è mai stato e quel figlio che avrebbe voluto avere. Butch e Philip uomo senza infanzia il primo, bimbo senza padre il secondo e dal feeling fresco nasce la fuga, il futuro dice Butch a Philip è lultima frontiera lAlaska una cartolina lontana 2500 chilometri o più fatalmente una vita. Gli inseguitori, il fuggiasco e lostaggio, western , avventura, famiglia John Steinbeck, America tra tradizione e idealismo.

Il parallelismo del film è un meccanismo perfetto: il piano degli inseguiti diviene raggiungere se stessi luno nellaltro. Il piano degli inseguitori è raggiungere gli altri per conciliarli col sistema. E armonizzarsi a loro volta. Ma sarà possibile? Un fuorilegge è estraneo al mondo della legalità ma abitante del mondo del desiderio. Eastwood cerca di colmare questo gap. Rappresenatndolo senza edulcorare nulla. Sarà lesecrabile agente dellFbi col mirino puntato su un Butch alla resa dei conti, a decretarne la morte biologica. Mentre Philip cinge il collo di questo padre piombato in una notte di Halloween, e Red Garnett assiste al suo omicidio Kennedy. Forse vi assiste Eastwood forse qualcuno avverte la deviazione istituzionale che sprofonderà di li a poco una nazione nel dramma. La storia della vita, filtra in questa novella americana dalle tinte incantevoli, rendendola amara e al tempo spesso splendida come un vinile graffiato di un vecchio valzer, lontano ricordo del bordello di New Orleans dove morì il bimbo Butch e naque ladulto Butch. Già perché quasi per metamorfosi pirandelliana il film combina doppiamente interpreti e personaggi. Costner rasenta un insolito criminale , Butch, che a sua volta veste i panni di un padre senza padre. T.J Lowther interpreta il bambino Philip, ma è quest ultimo a riempire i panni dellorfano che riceve linedita figura paterna in una piatta notte delle Streghe. Di Eastwood abbiamo già sopravanzato, assistente al proprio film da sceriffo, e da americano allomicidio del presidente. Alla conta dei salvi manca solo la novella psicologa, una vena pulsante sentimento del contrario, ma, umanamente beffata anchessa, vede cambiare in disordine il mondo che moralmente vorrebbe trasformare. Oltre allepilogo più vero possibile, dove i demiurghi saggi soffrono e subiscono lineluttabile condivisione della propria genia umana, rimane il ritratto di un film eccezionale.

Eastwood si conferma mago del pianto senza lacrima, disegna una fiaba, che in Texas non sarà mai una fiaba. La bellezza dei sogni e la severità delle lande, dentro gli uomini e dentro i paesaggi è un mondo perfetto, fuori le azioni costruiscono liniquo sistema.

by spyinthecab @ 15:47 [ ]
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02.09.2005

Dogville (2003) di Lars Von Trier

Alla fine della natura umana cè solo la natura umana. Verrebbe voglia di principiare così questo focus sullennesima meraviglia di Lars Von Trier, ma potrei scegliere altre decine di incipit e raggiungere la stessa conclusione. Siamo lì fermi su noi stessi e mentre valichiamo lo spoglio villaggio di montagna, eccolo attraversarci scomodo e disturbante, costringendoci sul patibolo del nostro ego. Dogville è un nome universale, un assoluto recinto sociale, anche se a Tom, il sofista montanaro, che dello scrittore ha solo lambizione, questo pare impossibile, come pare inammissibile lintrospezione dolorosa per un retto provinciale. Il metro generale con cui il giovanotto vermiglio misura la vita non oltrepassa la vallata, e ciò pare un ottima aurea protettiva per il piccolo borgo, le sue domande non scalano le montagne, le sue risposte non calpestano i valori triviali. Poi giunge una sparuta bocca di rosa - una Kidman incantevole - , ma a differenza delleroina faberiana di SantIlario, portando lamore riceve solo una misera coercizione. Sulla vita della proscritta piomba la schiavitù meschina e ipocrita di chi taglia la mano generosa, di chi fa del cambiamento in bene una malattia, di chi non dubita di se stesso e finisce per preferire la violenza alla pietà. Lincubo di Grace è fatto di parole non di immagini, Dogville è una strada disegnata sul palco di un teatro di posa, è composta da case senza fondamenta, da montagne senza paesaggio, da luci proiettate su una civiltà sintetica. Siamo alla fine di un sogno, il credo nellevoluzione dellanimo umano precipita per i dirupi delle montagne rocciose. Eppure Grace, fuggita dalle grinfie di un padre , che del mondo conosce il lato nero e lo reinterpreta conforme al suo ruolo di gangster, trova nella prima Dogville quella dei capitoli originari, un eden a immagine e somiglianza del buonsenso, un piccolo angolo di mondo dove lavidità sembra essersi estinta. Ma lidillio, di quello che potrebbe inizialmente apparire un Heimatspiel tedesco degli anni 50 - peccato che siamo in America - dura poco. Infatti lapparenza benevola dellospitalità nasconde una lugubre minaccia ricattatoria e il rude e borbottante contadino Chuck avverte la dolce fuggiasca prima a parole e poi con i fatti di uno stupro consumato davanti a tutti gli spettatori e a nessun cittadino del villaggio. Il velo della mente nonostante la trasparenza scenografica può essere impossibile da sdradicare, chiedetelo al vecchio cieco, la cui vista è in effetti negata da quale cecità, quella biologica di cui egli è realmente affetto o quella morale con cui egli si maschera con delle pesanti tende scure? Prima di arrendersi alla bontà di Grace, salvo ripagarla con linvereconda moneta di una mano furba e morta, intenta ad infrangere la triste virtù della mite forestiera ormai schiava. Dogville la città dei finti filantropi, e Grace in mezzo a questi mostri che laccolgono, la sfruttano, la isolano ma non la manomettono o almeno così appare Perché cè un finale che fa paura, e disturba il compiacimento che si prova nel vederlo consumare. Perché mai si era visto un happy end scritto col sangue, mai si era avuta la sensazione che la vendetta fosse giusta in certe circostanze. Ma Von Trier non insegna morale e da perfetto sociologo perseguita la verità invece di sancirla. La didattica del film è dura e ben esplicata, il suo unico peccato è di non essere confortante. Ma in fondo nel mondo odierno, cosè il conforto, se non lillusione del nostro giardino. Ecco il regista danese disincanta la ricetta facile del Bene, o meglio disincanta un America, quella profonda, quella del voto religioso, della missione in Iraq, quella che oggi piange un soldato di migliaia di morti come New Orleans, e che carpisce gli eventi con gli strumenti contraddittori della morale. Comprenderà solo il giorno in cui affidandosi al trascendente giudizio della logica saprà cogliere il sentimento del contrario. Nessuno me ne voglia, Von Trier è il frutto succoso del vecchio continente e in coincidenza con un altro regista europeo, il Wim Wenders di Land of Plenty accusa la nuova casa della democrazia di essersi scordata la collegialità di un pianeta sempre più fragile ed incazzato. Noi saremo in pace solo quando vivremo da stranieri fra gli stranieri dice Moni Ovadia, un messaggio che viene bruciato ogni giorno, dalla striscia di Gaza a Pontida, dalle banlieu parigine alle contee del Texas. Questa casa terrestre è grande quanto lincapacità delluomo di soggiornarla tutta con rispetto e genialità. La ricetta Von Trier è trascinante ma lascia un senso di grevità dilagante, un assioma risolutivo che sembra prendere spunto da una teoria Darwiniania commutata con la cultura dellordine liberal e delleducazione illuminista. Una sorta di giustizia che sancisce la pace eliminando con la guerra unipocrisia, a sua volta partecipe di una guerra per difendere la propria natura bigotta autoinvestitasi da etica assoluta. Il sanguinoso massacro finale scaturito per ordine di una Grace ora potente e giustizialista non elimina la barbaria storica ma solo la barbaria sociale. Dogville come la primavera dellumanità e linverno dellumanesimo brucia per sempre consegnandosi alloblio. Il film è concluso ma il messaggio continua. Von Trier azzarda la provocazione decisiva sullo schermo scorre un portfolio cruento e imbarazzante fatto di visi e corpi disumanizzati dalla bestialità umana,quasi a significare  un'antropofagia comportamentale che vigila sui destini degli individui. È la realizzazione della finzione, Dogville è e diventa la sintesi del brutto, il sintomo della stortura. Un opera sublime da celebrare ed insignire con gli allori del cinema concept.

Una cosa sola la critica non gli ha perdonato, la ricerca forzata della dottrina. Per questo a Cannes il premio è andato ad Elephant un film che si limita a mostrare dunque cinema e purezza delle immagini contro costrutto narrativo e destrezza autoriale. Un confronto ingiusto che avrebbe meritato un ex-aequo in fondo stiamo insignendo - parafrasando Delluc - la vita.

by spyinthecab @ 00:16 [ ]
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